domenica 2 aprile 2017

"COOP CONNECTION": UNA STORIA TUTTA ITA(G)LIANA DI CLIENTELISMO E CAPITALISMO PARASSITARIO...



Milano – Il sistema delle coop rosse che crea un’economia nascosta e parallela, alla stregua di una vera e propria cupola mafiosa. Uno degli aspetti più nascosti e ripugnanti del regime statalista e di cui i media poco o nulla hanno parlato negli anni pre e post-Tangentopoli, è senza dubbio rappresentato da quel sottobosco di intrallazzi, affari nascosti, e verità inconfessabili che da interi decenni avvolge in un’alea di mistero il dorato mondo delle cooperative.
Un cordone ombelicale inscindibile ed assai stretto con quello che sino ad oltre 25 anni fa era il Partito Comunista nostrano, e che è oggi ben rappresentato – con i mille trasformismi e bizantinismi tipici di un partito “romano” – dall’attuale Partito Democratico. Oltre che, in ogni caso, dai mille rivoli in cui si è nel tempo diramata una sinistra che mentre, a parole, dichiarava di essere dalla parte dei ceti più deboli, in realtà realizzava business molto succulenti e corposi. Il tutto nel più totale silenzio dei mezzi di informazione e nell’inazione di chi dovrebbe essere invece preposto a garantire legalità e giustizia, in questo ridicolo e sgangherato paese.
Su questo ed altri aspetti quasi del tutto sconosciuti all’opinione pubblica sull’affaire cooperative, ha provato a fare chiarezza il collega Antonio Amorosi nel suo ultimo lavoro “Coop Connection” presentato ieri sera nel corso di un incontro organizzato dalla sezione meneghina dell’Associazione Culturale “Il dito nell’occhio”. Un vero e proprio j’accuse nei confronti di un meccanismo che indubbiamente ha goduto di grossi agganci politici e della complicità di uno stato – quello centralista itagliano – che sin dalla sua nascita ha sempre pescato nel torbido, avallando malaffare e pratiche criminali. Compresa quella nebulosa delle coop che nasconde degli aneddoti e dei dati incredibili, snocciolati e raccontati dal giornalista come il più intrigante dei storytelling, non senza però una punta di amara ironia.
Antonio Amorosi - autore del libro "Coop Connection"
“Quando sento parlare di cooperative – ha esordito l’autore, riprendendo alcuni stralci del suo libro -, sarebbe lecito considerarle strutture che hanno come scopo principale il mutualismo ed il solidarismo, senza mirare al profitto ed alla sopraffazione dell’uomo. La Coop, nel suo jingle pubblicitario degli anni ’60, voleva far passare il messaggio che sia chi vendeva che chi comprava, si trovava sullo stesso piano. Niente di meglio che cercare di cambiare il contesto in cui si opera, con una risposta che con il passare del tempo è  diventata via via sempre più interiore. Un filo conduttore che comunque continua ad esistere, ai giorni nostri, attraverso la CONAD, anch’essa iscritta a Legacoop. Il messaggio chiave è dunque quello di mettere al centro di tutto la persona, e quando ho sentito l’ex premier Renzi dire che questo paese va raccontato in maniera diversa, evidenziando le cose che funzionano, mi sono detto che tutto sommato forse c’era un fondo di verità. Preferisco però affidarmi ad un altro toscano, ovvero a Machiavelli, che diceva che in politica l’importante è far credere. E così scopriamo che in realtà oggi le cooperative rappresentano l’8% del PIL ed assumono una posizione quasi di monopolio nel mercato della distribuzione alimentare. Si è creata un’economia invasiva, in cui buona parte dei cittadini ha la tessera Coop e li’ vi spende pure i propri soldi, oltre che a godere di una fiscalità assai particolare. Mentre infatti un’impresa normale è tassata per oltre il 60% sugli utili, i loro supermercati vengono tassati per solo il 65% del  ricavo finale, con un’imposizione che scende addirittura a 0 per le strutture coinvolte in “Mafia capitale”!  La coop di Buzzi faceva 60 mlioni di fatturato annui e lui stesso aveva uno stipendio di 25mila euro mensili. C’era chi riteneva che di questo argomento se ne occupasse solo la destra, ma la realtà ho scoperto essere ben diversa da quella che immaginavo. Il cuore pulsante di questo sistema si trova in Emilia Romagna,
ed è rappresentato dai grandi supermercati che furono inventati da un partigiano di cui non si conosce l’identità, perché è stato espulso da questo mondo.  Per capire tutto questo, occorre contestualizzare il momento storico ed il luogo in cui sono venute alla luce. Perché nel secondo dopoguerra, a Bologna se non eri iscritto al PCI potevi avere dei grossi problemi. Togliatti non le vedeva di buon occhio, dal momento che le cooperative erano più che altro un’idea socialista e repubblicana. Ma strategicamente decise di occuparle, per dimostrare come la sinistra poteva governare nel modo migliore, creando un modello da imitare in tutti i campi. Non esitando ad allearsi con quelli che definiva in maniera dispregiativa “bottegai”, ovvero i commercianti, pur di raggiungere questo scopo. Alla fine chi aveva avuto l’idea – il partigiano – venne trattato male, quasi alla stregua di un fascista solo perché voleva creare qualcosa di utile per tutti. Oggi ¾ delle entrate dei supermercati, è determinato dall’attività borsistica mentre solo la restante parte deriva dalla vera e propria vendita di merci. Ma anche qui c’e’ un’imbarazzante anomalia perché le cooperative, pur non potendo entrare in Borsa perché la legge glielo vieterebbe, in realtà  lo fanno con società a latere. Utilizzano, come avrete intuito, i soldi di chi acquista i libretti di risparmio in maniera del tutto illegale, perché solo le banche sono preposte alla raccolta di denaro a vista. Ho telefonato a vari istituti di credito e tutti mi hanno confermato che effettivamente, le coop stanno violando le regole. E quando ho chiamato il Ministero dello Sviluppo Economico, non mi hanno saputo e voluto dare un chiarimento nel momento in cui si trattava di ricevere una risposta sulle ragioni di questa assurdità…...Ad essere più precisi mi hanno detto che il controllo sull’attività della coop lo fanno, ma solo – udite udite – nel tempo libero!”
Insomma, uno spaccato impietoso sulle connivenze e le complicità vergognose ed immotivate, di cui le cooperative hanno sempre usufruito, in totale dispregio di quegli imprenditori che fanno un’enorme fatica a creare ricchezza e lavoro in un contesto malsano come quello itagliano. Tutti gli attori coinvolti erano perfettamente a conoscenza di quello che accadeva, ma nessuno poteva e doveva parlare. E chi ha provato a togliere il velo su questo castello di menzogne e favoritismi, alla fine ha anche pagato a caro prezzo.
Mafia Capitale – ha proseguito Amorosi – è esplosa solo nel 2012, ma si sapeva di questo marciume già da molto tempo. Il  mondo economico criminale che era in affari con Buzzi, il gruppo di Massimo Carminati, nel 1999 compì un’azione spettacolare, facendo una rapina in banca sulle cassette piene di denaro dei magistrati romani. Torna il nome di Carminati, che però non si è fatto neppure un giorno dietro le sbarre. Le cooperative hanno tutte il cuore a Bologna, ed in 70 anni in Emilia Romagna non è mai stata aperta un’inchiesta giudiziaria degna di tal nome sulla criminalità organizzata. In particolare sul riciclaggio di denaro sporco, e soprattutto sul narcotraffico perché gran parte dei detenuti emiliani si trovano in carcere per lo spaccio di droga. Si è sempre voluto far passare questa regione come una piccola Svizzera di casa nostra, quando in realtà non è mai stato oro tutto quello che ha luccicato. Piazza Maggiore, ad esempio, è stata ristrutturata grazie ai soldi (arrivati da un fondo a cui la società ICLA era iscritta) portati dal clan dei casalesi. 
Gli Alfieri ed i Nuvoletta, con la società ICLA di Napoli, hanno ottenuto diversi appalti nei primi anni ’90. Dopo una breve esperienza come Assessore alla Politiche Abitative nel Comune di Bologna, ho deciso di scoprire cosa ci fosse al vertice. Sono stato il primo a parlare di criminalità organizzata in Emilia Romagna nel 2000, ma nessuno mi ha dato ascolto. Nel mio lavoro di indagine giornalistica sono arrivato a Giuliano Poletti, attuale Ministro del Lavoro che riteneva superati il solidarismo ed il mutualismo. Peccato però che si sia anche dimenticato di dire che le coop ricevano un trattamento di favore, che non ha proprio nulla a che vedere con quello che subiscono invece le normali imprese che come tutti sanno sono martoriate da un regime fiscale vessatorio e da una burocrazia ottusa ed asfissiante. Ho imparato che esistono tre riti per gli imprenditori di casa nostra. Quello milanese o ambrosiano, che abbiamo visto essere di moda nell’era di Tangentopoli. Poi quello meridionale, che può far capo alle organizzazioni mafiose e camorriste. Ed infine, quello emiliano che non è mai stato beccato neppure con Mani Pulite, perché parte di un mondo di favoritismi e truffe che lo ha reso vincente. Un mondo senza tracce e perfettamente legale, come ha letto in radio un passo del mio libro il conduttore Oscar Giannino, in cui le gare di appalto erano già decise a tavolino dagli amministratori pubblici. Ho proposto questi argomenti al mondo imprenditoriale di centro-destra che però se n’e’ sempre defilato, perché anch’esso vi si accodava. Chiariamo, non ce l’ho con le cooperative. 
Ma sicuramente esistono delle anomalie, che non possono essere certo sottaciute. Ho anche citato vari personaggi come Don Ciotti e l’attuale Ministro delle Infrastrutture che, nell’ultima campagna elettorale, si è recato a Cutro, in Calabria, dove vive la ‘ndrina dei Grande Aracri. La giustificazione addotta da Del Rio, quando i magistrati indagarono su questi particolari viaggi, fu quella di un gemellaggio fra i comuni di Reggio Emilia e Cutro. Salvo poi scoprire che in realtà non era così, perché questo è un atto amministrativo su cui votano e decidono i consiglieri comunali. Nel caso in questione però, ne’ quelli reggiani, ne’ tantomeno quelli cutresi si sono mai espressi. Nessuno ha mai voluto indagare su queste false dichiarazioni. Nel libro, ho voluto raccontare anche storie di poliziotti che cercano di fare delle denunce contro le cooperative ed i magistrati, ma che alla fine sono a loro volta denunciati, e subiscono le angherie e le assurdità di questo sistema. Se conosciamo la realtà, sappiamo come difenderci. Ho voluto mettere i lettori nelle condizioni di scoprire questi meccanismi, perché la libertà è anche conoscenza. "Il sistema delle coop è chiuso e, come avrete potuto capire, è assimilabile in tutto e per tutto - con una connection, come potete leggere. Fate voi le vostre valutazioni: quando il potere ti chiede di stare zitto – ha poi concluso - , non puoi assolutamente parlare!”
Un avamposto dunque del peggiore clientelismo (con tanto di voto di scambio, naturalmente, per accaparrarsi favori e privilegi), e del più deprecabile capitalismo assistito e parassitario tipicamente italiani, capaci di sovvertire le leggi della libera concorrenza grazie alla complicità ed alla connivenza di istituzioni corrotte. Anzi, addirittura progenitrici di un sistema marcio con cui una parte politica (la sinistra mafiosa, accattona e comunista solo ed esclusivamente con il sudore della fronte di chi lavora e produce) ha esercitato in maniera indiscussa ed abusiva il proprio potere all’interno della società, dal secondo dopoguerra ad oggi.
Oltre che di forze dell’ordine che non hanno mai voluto squarciare il muro quasi indistruttibile di bugie ed omertà, con cui è stato costruito una struttura molto più simile ad un’organizzazione malavitosa che sfrutta denaro e lavoro di ignari cittadini, che non ad un’associazione solidaristica e mutualistica come si è invece spacciata per interi decenni.

Francesco Montanino

venerdì 1 aprile 2016

STRAGE DI USTICA: SI FA STRADA UNA NUOVA IPOTESI



Una storia di bugie, depistaggi, morti misteriose ed inconfessabili verità. Il caso Ustica torna a far parlare di sé. E lo fa grazie alla proiezione di un film, in questi giorni in uscita nelle sale cinematografiche, che vede la luce dopo uno scrupoloso lavoro di indagine e di ricostruzione di 4 anni portato avanti dal regista Renzo Martinelli, non nuovo a questo tipo di opere. Basti pensare a “Vajont” o a “Piazza della Cinque Lune” in cui in passato si è occupato rispettivamente della tracimazione della diga che spazzò via in pochissimi minuti il paese di Longarone in Veneto, ed anche del caso Moro.
Stavolta è il disastro di Ustica a cadere nella lente di ingrandimento di Martinelli, con l’avanzamento di un’ipotesi che fino ad ora non è mai stata presa in dovuta considerazione: il DC-9 dell’Itavia è stato speronato da un aereo militare americano mentre quest’ultimo stava dando letteralmente la caccia ad un MIG libico, di ritorno dalla ex Jugoslavia, dopo un’operazione di rifornimento che all’epoca dei fatti si è poi scoperto essere di routine. Dopo la tesi subito scartata del cedimento strutturale di un aereo che in realtà, pur avendo diverse ore di volo alle spalle, era in condizioni perfette così come un’eventuale manovra azzardata del pilota, si sono fatte subito strada la presenza di una bomba a bordo e l’abbattimento a causa di un missile sganciato per sbaglio da un jet francese, anch’esso presente in quel tratto di mare fra Ponza e l’isola di Ustica, diventato per un paio di ore un vero e proprio teatro di battaglia che ha visto coinvolti, l’Aeronautica Militare la Francia e gli Stati Uniti.
Al posto sbagliato, al momento sbagliato un aereo civile: il DC-9 con a bordo 81 persone, che stava completando la tratta fra Bologna e Palermo nel pomeriggio del 27 giugno 1980.
Sullo sfondo, l’atteggiamento ambiguo dell’Italia che da un lato faceva (e purtroppo fa ancora) parte della NATO e che dunque doveva piegarsi sempre e comunque ai diktat provenienti oltreoceano da parte dei bulli guerrafondai a stelle e strisce. E dall’altro, invece, stava provando a tessere rapporti diplomatici e strategici sempre più stretti con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui la Libia di Gheddafi. Con il placet dei servizi segreti, infatti, gli aerei militari libici solcavano spesso e volentieri i nostri cieli, venendo dunque meno a quanto invece chiedeva l’Alleanza Atlantica.
Cosa che portò a far affermare a Giulio Andreotti come l’Italia avesse nel contempo una sposa americana ed un’amante libica: una metafora quanto mai indovinata che descrive in poche, ma eloquenti battute il classico atteggiamento di chi ha due piedi nella stessa scarpa! Un doppio gioco, anche a scapito della vita di persone che erano entrate senza volerlo e senza saperlo, in una una partita troppo più grande di loro!

A differenza de “Il Muro di Gomma” di Risi che aveva paventato l’ipotesi del missile che aveva abbattuto il DC-9, in “Ustica – Il film” si fa strada uno scenario totalmente diverso. Nel lavoro di Martinelli, innanzitutto, si fanno nomi e cognomi (nella fattispecie quello della NATO che ha impartito l'ordine di abbattere a tutti i costi il Mig libico perchè "intruso") e poi si analizza il ruolo del MIG libico, i cui resti furono ritrovati appena tre settimane dopo nelle montagne della Sila, in Calabria.
Anche se il medico che fece l’autopsia al pilota datò il decesso ad un periodo coincidente con quello del giorno in cui avvenne la tragedia. Salvo poi ritrattare tutto, probabilmente perché in ballo c’era qualcosa di assai grosso.
Sulle modalità con cui quello che era divenuta vera e propria preda da catturare e far sparire a tutti i costi, non è mai stata fatta sufficiente chiarezza. Le attenzioni degli inquirenti, si sono subito e quasi esclusivamente rivolte sul DC-9 i cui resti sono oggi esposti nel Museo della Memoria di Bologna. Tralasciando invece il MIG libico, che di cose da raccontare ne avrebbe avute davvero molte.
Così come tanto ci sarebbe da dire con il trascorrere degli anni sulle morti – molte delle quali avvenute in circostanze singolari, se non addirittura misteriose – di diversi personaggi che hanno avuto un ruolo non secondario in questa tragedia e che probabilmente avrebbero potuto dare una svolta decisiva alle indagini. Indagini che in quasi 36 anni non hanno mai fatto piena luce, tanto sul movente quanto sulle responsabilità e le omissioni che una non meglio precisata “ragion di stato” ha messo sul piatto della bilancia, ritenendo la morte di 81 povere persone un qualcosa che non meriti una spiegazione! Ed in questo caso, anche e soprattutto GIUSTIZIA, visto e considerato che stiamo ancora attendendo di sapere la VERITA’ su quanto accaduto in quei drammatici istanti in cui si stava combattendo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, una vera e propria battaglia aerea nel cuore del Mediterraneo.

È l’atteggiamento arrogante e prevaricatore degli yankees a giocare un ruolo decisivo negli attimi immediatamente precedenti al compiersi della tragedia. Vengono allontanati sia i jet francesi “Mirage” che si erano alzati in volo da Solenzara in Corsica che gli F104 dell’Aeronautica Militare partiti dalla base di Poggio Ballone (Grosseto), per un ordine proveniente infatti direttamente dall’alto comando NATO (dunque, dagli americani) che intima loro di farsi da parte. E che nel mentre fa partire dalla base di Decimomannu due F5 Aggressor allo scopo di abbattere senza preavviso il MIG libico, nel frattempo diventato “bandit” ovvero un nemico da eliminare assolutamente.
Martinelli in particolare pone l’accento su una manovra a dir poco azzardata e spericolata del pilota di uno dei due F5 che non è passata inosservata all’addetto del centro radar di Marsala: infatti compie un’incredibile virata per sfuggire al controllo dei segnalatori, per mettersi sulla scia del MIG libico. Quest’ultimo – una volta fiutato il pericolo – si pone di nuovo di fianco al DC-9 dietro cui nascondersi, convinto che il jet americano non avrebbe mai sparato un missile per abbatterlo visto che era involontariamente coinvolto un aereo civile che intanto stava per iniziare la propria manovra di atterraggio all’aeroporto di Palermo – Punta Raisi.
Inizia il folle inseguimento da parte dell’F5, concentrato esclusivamente sul MIG allo scopo di colpirlo, fino alla collisione fatale con il DC-9, che è la tesi su cui è improntato il film. Tesi che spiegherebbe perché poi accanto ai resti ed ai corpi delle vittime emersi a galla del DC-9, sono stati ritrovati quelli dell'aereo militare statunitense: sediolino, casco ed alcuni rottami che naturalmente sono scomparsi nel nulla. Aggiungendo ulteriori interrogativi ad una vicenda che già di per se è assai ingarbugliata. Non a caso, quando scorrono i titoli di coda del film ci si chiede cosa ci facevano alcuni pezzi di uno degli F5 che aveva inseguito il MIG e che fine essi hanno fatto. Tornando ai fatti di quella tragica sera, una volta che il DC-9 è precipitato in mare perché colpito sulla carlinga dall’aereo militare americano, è facile capire poi come sia andata a finire l’assurda “caccia alla volpe” che ha avuto luogo nei cieli fra Sicilia e Calabria: missione portata a termine, con abbattimento del MIG libico che si è schiantato nelle montagne della Sila e di cui in questi anni poco o nulla, si è saputo.
Quello che appare francamente insopportabile in questa attendibile ricostruzione fatta dal regista Martinelli in un video postato sulla pagina Facebook dedicata al film, è la solita arroganza dispensata a piene mani dagli americani che si atteggiano a sceriffi, ovunque essi si trovano ed in qualsiasi circostanza in cui siano presenti.
Così come è ugualmente da biasimare la pavidità mostrata dal nostro governo che non ha mai alzato la voce, o quantomeno chiesto valide ed esaurienti spiegazioni, sull’atteggiamento di chi ha pensato di fare il padrone in casa altrui. Il tutto perché l’itaglia da circa 70 anni, nei fatti, è diventata un’autentica colonia statunitense e dunque se da Washington partono certi ordini, è naturale che ci si debba comportare come il più ammaestrato e scodinzolante dei cagnolini. Ieri come oggi, del resto!
C’è da giurarci che molte ferite mai completamente rimarginate saranno riaperte. Così come anche l’ostracismo che certi ambienti riserveranno ad un film destinato a far discutere ed a suscitare polemiche. Nei giorni scorsi infatti ha destato clamore, la decisione della giunta Pisapia che mal governa Milano di vietare la riproduzione del DC-9 nel centro cittadino, realizzata per annunciare l’uscita del film. Una decisione che ha fatto storcere non poco il naso allo stesso regista che ha sottolineato, non senza una giusta nota polemica, come “per la stessa identica area, a due passi dal Duomo, è stata concessa l’autorizzazione nel 2013 alla Europe Assistance Italia, del gruppo Generali, di allestire il sottomarino “L1-F3” con tanto di slogan “Tutto può succedere””.
Il disastro di Ustica continua ad essere avvolto nel mistero più fitto e – ne siamo certi – tanti ancora saranno i lati oscuri che ostacoleranno una vicenda, su cui la parola fine difficilmente sarà scritta.

Un mistero inconfessabile che ancora oggi fa paura e che getta delle ombre sull’affidabilità e la correttezza di quelle istituzioni che sarebbero chiamate ad amministrare il potere, in nome e per conto dei cittadini. E che invece, come abbiamo avuto modo di constatare anche e soprattutto in occasioni come queste, si sono sempre svendute in nome di interessi particolari ed a dir poco imbarazzanti.
Sono trascorsi anche qui quasi 40 anni, ma l’unico elemento che è ormai appare chiaro e lapalissiano è la ritrosia dei governi coinvolti quando si parla di una tragedia che – se chiarita – potrebbe mettere a repentaglio i rapporti fra Stati Uniti, Italia e Francia.

Francesco Montanino